El Mamut Chiquitito: Mi sono svegliata con questa canzoncina in testa, La cantavo sempre ai miei figli quando erano piccolini… come passa il tempo!!

El mamut chiquitito quería volar
Movía las orejas, mas no podía avanzar
Con un pajarito se puso a aprender
Y pronto las orejas comenzó a mover

Volar el mamut quiso volar, volar
Y entre las nubes estar, estar
Y desde arriba ver el mar, el mar, el mar, el mar
El mar, el mar, el mar, el mar,
El mar

Cuenta la leyenda que de noche se ve
Por entre las estrellas volando no sé que
Yo sé que esa cosa que todos ven volar
Es un mamut chiquito que aprendió a volar

Volar el mamut quiso volar, volar
Y entre las aves estar, estar
Y desde arriba ver el mar, el mar, el mar, el mar
El mar, el mar, el mar, el mar, El mar

Filastrocca dei numeri in festa

In un angolo del salone,
il numero 1 suona il trombone

Sulla panchina del giardino
Il 2 fa le prove di violino

Il 3, il 4 e il 5 con il piano
Fanno un grande baccano

Con la sua pianola il 6
Fa ballare tutta la scuola

Il 7 fa il saputello
quando parla del suo tamburello

Da quando e piccino il numero 8
strimpella il mandolino

Il 9 e i suoi tamburi
Fanno ballare anche ai più duri

Infine arriva il 10 piano ,piano
con la bacchetta da direttore nella mano
Li raduna dice loro: ho bisogno di voi cari amici,
Per fare la grande orchestra
L’orchestra dei numeri in festa

Tutto passa e mentre passa fa male!!

Mille volte sono caduta e mille volte mi sono rialzata. Ho sbagliato e ho pagato anche a caro prezzo. Mi sono arrabbiata tanto con me stessa per essere qualche volta troppo pignola e qualche volta un po troppo leggera. Pero alla fine erano miei sbagli, mi sono accorciata le maniche e ho cercato di risolvere come meglio potevo. Sono andata avanti a testa alta.
La cosa brutta è quando sei coinvolta in situazioni spiacenti causate (vogliamo dire per colpa di!?) da terze persone. Situazioni che tu non volevi che ti tolgono il sonno e qualche anno di vita. Situazioni create da persone adulte e vaccinate, come si dice comunemente. Comportamenti poco ragionevoli di altri che essendo persone a te vicine, ti stanno a cuore e sei moralmente obbligato ad accettare e sopportare anche quello che non ti va.
E poi ti trovi a vivere come dentro ad un campo minato. Devi fare attenzione a come ti muovi, per non calpestare la mina che ti farà saltare in aria. Devi fare attenzione a quello che dici per non ferire nessuno.

Devi essere diplomatica. Diplomatica!? Me!? Ma se sono tutta istinto!
E perché proprio diplomatica e non mandare tutti a quel paese??
Perché hai a che fare con persone che sono convinte di avere ragione e non hanno la capacità di guardare oltre. Tutto il resto poco conta. Poco conta se ci si trova cosi per leggerezza o per incoscienza delle stesse, l’importante è mettersi in modalità “vittima” e non è semplice far ragionare a chi non vuole.

Senza ragionevolezza non si arriva da nessuna parte.

E in fine al mio dolore chi ci pensa?? Chi vivrà, vedrà!!

Maja e i gattini nella cantina

Questa storia è stata scritta per la piccola Maja, un immenso dono dalla vita.

Maja è una bambina molto allegra. Ha 5 anni ed è tanto intelligente. Con i suoi pochi anni, fa e dice cose che stupiscono molto tutte le persone che le stanno vicino.
Quando qualcuno le chiede come si chiama lei risponde, tutta fiera, “Il mio nome è Maja, come Majella, la montagna madre”. Frequenta l’ultimo anno della scuola materna e tutte le mattine si alza presto, lei è una delle prime ad essere presa dallo scuola bus.
Con il suo bel grembiulino a quadretti bianco e rosa, il suo zainetto di Minnie e con l’allegria che sempre la contraddistingue sale sul pulmino, con un grande sorriso saluta la mamma dicendole: “Ciao Mammina, non ti stancare molto. Quando torno, nel pomeriggio, ti aiuto”.
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Sua Mamma è un’amante della natura, della vita all’aria aperta e delle cose genuine. Con tanti sforzi ha messo su una piccola fattoria sulle montagne abruzzesi.
Le domeniche si sveglia più presto del solito, sbriga tutte le faccende, prende lo zaino, tanti panini e tanta acqua e porta la bimba a fare delle lunghe passeggiate per farle conoscere i posti più belli della loro regione. Ha trasmesso il suo amore per la vita anche a sua figlia che cresce sana, libera, felice ed immersa nella natura.
Maja gioca con farfalle e libellule mentre la mamma si dedica ai lavori in campagna dove coltiva ceci, pomodori e molto altro, questo ha fatto si che la bambina riconoscesse i vari tipi di piante già dalle prime tenere foglioline.
Le piace molto raccogliere l’uva; il periodo della vendemmia è quello che più preferisce, perché in quei giorni, dopo il lavoro, si cena insieme a tutti gli amici. E’ una grande festa. Qualche volta la mamma la porta sul trattore e per lei è meglio di qualsiasi giostra del lunapark.
Appesa al grande Albero in mezzo al giardino c’è un’altalena, una di quelle fatte con una vecchia ruota di automobile legata ad una corda molto robusta. Da lì, mentre dondola sempre più in alto, Maja si gode i tramonti più belli dell’estate.
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Nella fattoria, insieme a loro, vivono: tantissime galline, due galli, tre oche, un asinello di nome Nello, il cane Ringo ed una piccola capretta di nome Clotilde.
La capretta è arrivata dopo aver visto un cartone animato: “Mamma io voglio una capretta! Heidi ne ha una ed anche io la voglio, abbiamo tanto spazio qui!”. Maja ama i gatti in maniera particolare.
È una bimba sensibile ed empatica, gli animali della fattoria lo sentono e al suo arrivo le vanno tutti incontro; “Gli animali capiscono quando si è gentili con loro!” dice Maja, che ha una bella parola per tutti.
Il suo Compito è quello di dar da mangiare e bere agli animali della fattoria, e lei inizia sempre dal pollaio.
Lì trova ogni giorno delle belle uova gialle che raccoglie in un piccolo cestino e quando esce fuori ringrazia sempre dicendo “Grazie amiche piumose per queste belle uova, le porterò a nonna cosi faremo delle buonissime Ferratelle.” Le Ferratelle sono un dolce tipico della regione Abruzzo e quelle che fa con la nonna sono le più buone in assoluto, lei ne è ghiotta.
Poi con tutta serenità continua a riempire tutte le altre ciotole mentre Nello, l’asinello, la segue passo passo e lei lo premia con qualche pezzo di carota ed un sorriso.
La mamma aspetta che finisca il suo compito per mungere la piccola Clotilde insieme. Il latte fresco di capra è molto buono e serve per fare colazione l’indomani mattina.
Una volta alla settimana, il sabato, Maja lo trascorre a casa dei nonni, loro le vogliono molto bene e la nonna già dal venerdì comincia a preparare e contare le ore che la separano dalla sua adorata nipotina. Insieme giocano a fare le grandi pasticcere, indossano il grembiule e preparano tanti dolci buonissimi. La ciambella per la merenda è il primo dolce che infornano, usano le uova fresche della fattoria e il latte buono della capretta Clotilde.
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Nonna Lela non la chiama mai con il suo nome, spesso utilizza “Mi Amor”. Sua nonna è nata in Argentina, un paese lontano a circa 13.000 km di distanza e parla lo spagnolo.
Quando seppe del suo arrivo aveva deciso che le avrebbe parlato nella sua lingua natia il più possibile. La chiamava con tanti e vari “Mi Amor”, “Mi Vida”, “Mi Corazòn” ed altri mille modi di dire affettuosi del suo idioma che alla bimba piacevano da morire.
Alla piccola piace ascoltare sua nonna parlare così, “un po’ strano” come dice lei.
In casa con la nonna vivono anche la zia Reby e lo zio Dado che la adorano.
Dopo pranzo quando la Zia sale in camera per riposare, Maja la segue. Le piace stare con la zia. Leggono insieme favole di regine e principesse, si fa truccare e mettere lo smalto, “Zia voglio un colore chiaro, sono ancora piccola per il rosso” dice Maja. Giocano anche alla parrucchiera, la zia è molto brava a fare trecce in tutti i modi possibili e la piccola la lascia fare mentre sceglie le mollette del colore più adatto. Dopo un po’ zia e nipote sprofondano in una lunga siesta abbracciate strette strette.
Dopo la siesta solitamente è il momento di stare con lo Zio Dado.
È il più piccolo della famiglia, anche se guardandolo non si direbbe. Con lui si dedicano a riparare le cose antiche come vecchie biciclette e Maja è la sua assistente preferita. Tra “passami il giravite” e “raccogli quelle rondelle” si fanno molte risate. “È molto buffo lo zio!” dice sempre.
Quel pomeriggio, mentre lottavano per sistemare dei pedali, Maja disse: “Zio hai sentito?”, “Cosa?” risponde lo zio, “Dei Piccoli lamenti!!”.
“Ma dai… forse sono io mentre faccio girare le ruote della bicicletta, sto provando i nuovi pedali!” dice lo zio per tranquillizzarla, “No, No è un lamento! Come fanno i bimbi appena nati” insiste Maja.
Ma Dado non sente niente e continua nel suo lavoro.
Dopo un po’ ancora: “Zio, zio Dado hai sentito?? Ancora quel lamento!!”
“Non ho sentito nulla, piccola” risponde lo zio ma a quel punto decidono di lasciare stare per un po’ giravite e bulloni e fare un giro in cantina per capire da dove venissero quei “lamenti”, così quasi in punta di piedi cominciano a controllare. Si avvicinano al grande finestrone e a quel punto anche Dado sente qualcosa. Man mano che si avvicinano il lamento è più forte. Proviene da uno scatolone.
Guardano all’interno e fanno una bellissima scoperta. Dentro la scatola c’è una mamma gatta che allatta quattro piccolissimi gattini appena nati. Sembrano dei topini e la bimba si emoziona nel vederli. Avrebbe voluto toccarli ma decidono di allontanarsi in silenzio e di andare a raccontare la bella notizia alla zia e alla nonna.
“E’ una gatta randagia, la porta della cantina è spesso aperta e così la gatta ha fatto nascere i suoi cuccioli nel posto che le sembrava più sicuro” commentano loro, “bene non la disturbiamo adesso, lasciamo che cresca i piccoli gattini in tranquillità”.
Arriva la sera e la piccola Maja torna a casa dalla sua mamma che l’attende per l’ora di cena.
“Ciao mamma sono arrivata!” grida mentre apre la porta d’ingresso.
Il tavolo è apparecchiato e nei piatti attendeva il suo arrivo una bella cotoletta di pollo gigante con purè, la sua pietanza preferita.
“Grazie mamma! Ho una fame da lupi” esclama Maja alla vista del piatto che la aspetta.
Si lava le mani, si siede a tavola e con grande entusiasmo comincia a raccontare del ritrovamento nella cantina. La mamma la ascolta molto attentamente comprendendo a pieno la sua gioia, i gatti sono i suoi animali preferiti. Vedere la bimba tanto felice la fa sorridere, per lei il tempo che passano insieme è una boccata d’aria pura, Maja è dolcissima e per lei è il più bel dono del cielo, è fiera della sua bambina.
Qualche giorno dopo la Nonna telefona loro per parlare un po’ e sapere come stanno, gli racconta che mamma gatta stava poco bene, che non poteva più prendersi cura dei piccoli cuccioli e che lei stava provando tutti i metodi possibili per poterli nutrire. Maja appena saputa la notizia, chiede il permesso di poter andare nei prossimi pomeriggi dalla nonna per poter prendersi cura dei piccoli gattini.
La mamma non è tanto d’accordo ma vista l’insistenza della piccola, da il suo consenso.
L’indomani pomeriggio nonna Lela va a prendere Maja all’asilo e appena arrivate a casa si precipitano in cantina per accudire i cuccioli.
Maja si dà da fare come una grande mamma, dà da mangiare ai cuccioli con grande delicatezza e per farli bere usa una piccola siringa, con molta cura li prende tra le mani e, goccia dopo goccia, li disseta.
Si fa preparare della camomilla per pulirgli gli occhietti dicendo: “Mi raccomando, nonna, la camomilla, tiepida! Non voglio far loro del male.” E per ultimo arriva sempre il momento di pulire la loro cuccia.
Al termine di tutte le attività la nonna riporta Maja dalla sua mamma.
Per due mesi non mancò un pomeriggio sotto lo sguardo di ammirazione ed orgoglio di nonna Lela, una bimba così piccola e già capace di prendersi cura di qualcun’altro. Poteva andare al parco, giocare con l’amichetta o andare al mare, visto che le vacanze erano ormai vicine, invece lei sceglieva ogni giorno di accudire i quattro piccoli gattini.
Quando arrivò il momento di trovare una nuova famiglia per i cuccioli, Maja, a gran voce, mette chiara l’unica condizione: “Se le persone che verranno non sono simpatiche: niente gattino”.
È a lei che devono piacere i nuovi proprietari, e aveva preparato per loro una serie di domande, come “Lo porterai dal veterinario quando c’è qualcosa che non va?”, “Le Farai i vaccini? E l’antipulci?” e ancora, “Avrai, sempre, sempre cura di lui?” e se le risposte erano affermative ed il modo di rispondere le piaceva, allora e soltanto allora dava il suo consenso, altrimenti erano guai.
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Fortunatamente tutte le persone riescono a convincere la piccola, ne restava solo uno, senza nome ed era il più goffo di tutti. Un maschietto con il pelo rossiccio.
Una sera mentre Nonna Lela la accompagnava a casa, alla piccola Maja venne in mente la soluzione perfetta: “Ma nonna, perché non lasci che il gattino viva con te nella vostra casa? E’ tanto bellino. Non è una bella idea? Anche zio Dado sarebbe molto felice, me lo ha detto ieri mentre facevamo i lavoretti in garage, ma sei tu che decidi, vero?”
La nonna colpita dal suo particolare entusiasmo risponde con un semplice “ci penserò”, per non darle troppe speranze.
Non piacevano molto i gatti a Lela, anzi, in realtà non ne aveva mai avuto uno ma da sempre nutriva un amore particolare per i cani, però…
Il giorno dopo, una volta rincasate dall’asilo, la nonna le disse:
“Querida Maja, ho pensato molto alla tua proposta di tenere il gattino.”
“E allora?” Domandò la piccola con la sua dolcissima voce ed un sorriso bello e splendente, uno di quelli che la nonna non aveva mai visto sul suo volto; gli occhi le brillavano come le stelle in una sera d’estate.
“Ho deciso di tenerlo, cosi quando verrai a trovarmi giocherete insieme” ribatte la nonna in attesa di assistere alla sua reazione.
“Che bello nonna, sono felicissima! Adesso dobbiamo scegliere il suo nome, anche se in realtà ne avevo uno già in mente, Purè!” disse Maja.
“Purè? Strano nome per un gatto. A te piace, Mi Amor?
“Si nonna, tantissimo.”
“E allora lo chiameremo così” concluse la nonna.
Da quel giorno, la famiglia, aveva un componente in più, il goffo Purè dal pelo rossiccio.

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Ciambella per la merenda
Ricetta di Maja, la piccola pasticcera.

Ingredienti:
– 200g di farina
– 200g di zucchero
– 3 uova delle galline della fattoria
– mezzo bicchiere d’olio di semi di girasole
– mezzo bicchiere di latte di Clotilde
– una bustina di lievito istantaneo
– la buccia grattugiata di limone

Procedimento: sbattere per bene lo zucchero con le uova, poi aggiungere un po’ alla volta il latte, l’olio e la farina setacciata, mescolata in precedenza con il lievito.
Mettere l’impasto in una teglia imburrata ed infarinata del diametro di 22 cm in forno già caldo a 180 gradi per 20 minuti.
Buona merenda da Maja.

Problemi con le parole!?

Uno dei problemi pratici che bisogna affrontare quando cambi paese è l’idioma.

Quando arrivai in Italia nel lontano, non lo ricordo  bene ma tra gli anni 82, 83, no sapevo parlare l’italiano. Fu il primo intoppo che ho dovuto affrontare appena scesa dall’aereo. Pur avendo entrambi genitori italiani, il mio vocabolario era formato solo da qualche parola in quel idioma . I miei parlavano in spagnolo, solo quando si incavolavano tiravano fuori la loro italianità, credo, visto che urlavano parole a me incomprensibili.  E queste mi sono servite a ben poco, dato che nell’allora piccolo paese dove sono venuta a vivere, la maggior parte delle persone parlavano il dialetto.

Ho passato mesi a  decifrare parole ed a farmi capire con gesti….. sono sopravvissuta!!.

Una parola in dialetto abruzzese che sentivo spesso era: maddemàne . Sentivo dire maddemàne ho fatto questo, maddemàne ho fatto quello.. poi ho capito che questo maddemàne significava semplicemente: stamattina!!. Ma il succo della cosa non era che la sottoscritta non capisse, era normale venivo d’un altro paese. Era che, chi si rapportava  con me pur sapendo che non capivo  non faceva il minimo sforzo di  parlare in maniera più comprensibile, di parlare semplicemente italiano.. dando per scontato che capivo quello che stava dicendo..

Sono passati più di 30 anni dal mio arrivo e la situazione con la lingua italiana e questa:

  • il dialetto lo capisco  bene e lo parlo anche un po con un forte accento latino
  • con l’italiano ho una relazione complicata sia con le doppie consonanti che con l’apostrofo
  • parlo abbastanza bene ma  nello scrittura sono un disastro… ma a me piace tanto scrivere…. e lo faccio lo stesso e  come mi viene…

con il risultato che a miei tre figli , sotto suggerimento dei maestri,  non ho potuto aiutarli nei compiti a casa d’italiano, ed ora che sono grandi, quando cerco di parlare con loro la prima cosa che mi dicono  è, tu non sai parlare, non sai comunicare.. Tanti anni ed ancora impari.

Anche se è parzialmente vero, mi fa male sentirmelo dire, so che devo sforzarmi di più. I figli sono a volte crudeli con le parole.

E sempre cosi, pensiamo siano gli altri a dover capire. Non noi stessi ad essere più chiari. Più propensi ad aprirci con semplicità ed con una  buona dose di umiltà.  Facciamo sempre più fatica a metterci nei panni altrui. D’avere un minimo d’empatia con chi ci sta a fianco. Stare continuamente concentrati su se stessi ci offusca un po in panorama che ci circonda, lo so che a volte non è dei migliori, ma possiamo trattare di cambiarlo un po.

 

 

Mariél e la sua amica lumaca

Tanto tempo fa in un paese molto lontano, cosa dico lontano, lontanissimo, dall’altra parte dell’oceano, nel sud del mondo, viveva una piccola bambina. Il suo nome era Mariél e aveva 7 anni.

Non era molto alta, i suoi capelli erano del colore del carbone quando è spento ed i suoi occhi erano grandi e belli, quasi come i tuoi. Il visino paffutello era pieno di quei puntini… uffa, non ricordo mai il nome. Ah si, lentiggini, pieno di lentiggini!

Era una bimba molto birichina ed allegra. Le piaceva giocare con gli amici a pallone nei terreni incolti, saltare la corda e anche a campana, era una campionessa a campana, anche se a volte imbrogliava un po’.

Nelle sere d’estate amava sdraiarsi sull’erba per contare le stelle: una, due, tre, dieci, cento, milioni di stelle e la mamma le diceva: “Mariél, ogni stella che conti è una lentiggine in più sul tuo bel visino paffutello”, lei ovviamente non credeva a questa cosa e contava sino a che ne aveva voglia.

Ma la cosa che amava più fare, era aiutare la sua mamma nella cura del grande orto di casa. Passavano insieme interi pomeriggi di primavera e d’estate tra piante di frutta ed ortaggi. Era il periodo più bello, dove la natura regalava i suoi frutti più colorati.

Le piaceva tanto il colore viola dei fiori di melanzana ed il giallo brillante di quelli della zucchina e quando i pomodori cominciavano a maturare, l’orto si vestiva a festa, tutto di color rosso.

Sua mamma le aveva regalo una piccola zappa e lei con molto impegno toglieva le erbacce attorno alle verdi piante d’insalata, dalle larghe foglie arricciate, che sembravano braccia tese al cielo blu.

La loro insalata era il pasto preferito delle lumache che frequentavano l’orto ed ogni pomeriggio sentiva sua madre lamentarsi per i danni che queste facevano ai loro frutti.

La piccola Mariél pensava dentro di se: “ma che danno posso fare? Sono così piccole, e poi qualche foglia mangiucchiata non è una tragedia, dovranno pur mangiare!”.

A lei piacevano tutti gli animaletti dell’orto: i lombrichi la divertivano molto. Per Mariél erano corpicini esili che si arrotolano su se stessi e che in un nanosecondo scompaiono nel primo buco che trovano. “Faranno tanta ginnastica per essere cosi veloci”, pensava Mariél.

Un giorno, mentre si riposava un po’, si avvicinò al grande albero di fico, il suo preferito per arrampicarsi, e notò un buco, si avvicinò e vide un piccolo riccio che appena sentiti i suoi passi divento una piccola palla ricoperta di spilli.

Mariél diceva che il suo orto era uno zoo di piccoli animali, ma quelli che lei preferiva erano le lumache mangiatrici di foglie d’insalata. Le prendeva tra le mani, parlava loro e quando camminava faceva attenzione a non calpestarle, le raccoglieva e le metteva in un angolo dell’orto, lontane da piedi distratti che potevano far loro del male, tremende le nemiche della sua mamma!

La cura dell’orto era impegnativa, la mattina presto, quando lei era ancora a letto, sua mamma annaffiava con cura ogni singola piantina cantando a bassa voce. A Mariél piaceva molto la voce della madre e spesso le diceva: “Mamma hai la voce più bella del mondo, avresti dovuto fare la cantante e invece hai scelto di stare insieme a me!”. La mamma si sentiva tanto orgogliosa quando la figlia le diceva così.

La Mamma le ripeteva sempre: “Le piante hanno sete come noi umani e vanno dissetate al Mattino presto al levar del sole o la sera tardi, quando il sole comincia a prepararsi per lasciare il posto alla luna”.

Nel pomeriggio quando il sole diventava meno forte, era il suo turno: dopo aver trascorso un po’ di tempo giocando con le amiche, Mariél, tornava di corsa a casa, si cambiava vestiti e scarpe, prendeva il suo attrezzo da lavoro e via ad aiutare la Mamma.

Raccoglieva zucchine, peperoni, melanzane che metteva in una cesta molto più grande di lei. Dopo aver raccolto, si passava alla pulizia dell’erba che cresceva più veloce della luce ed ogni tanto incontrava una sua amica lumaca e la metteva al riparo, mentre le diceva: “Non ti preoccupare sei salva piccolina!”

Una domenica, dopo un pomeriggio di giochi, arrivata all’orto vide sua mamma lamentarsi mentre sistemava attorno alle piante dei granellini di colore blu. Mariél presa dalla curiosità domandò cosa la madre stesse facendo e lei rispose: “Do il veleno alle lumache.” Sorpresa Mariél replicò: “Il Veleno per le lumache? Cosa significa mamma?” e la madre spiegò “Domani le lumache saranno morte e le nostre piante d’insalata salve!”.

Mariél rattristata per quello che aveva udito domandò: “Ma perché il veleno? Sono così piccole e indifese, qualcosa devono mangiare, mamma. E se per noi rimane qualche foglia d’insalata in meno non fa nulla. Se fa male a loro, non farà male anche alle piante? Non c’è qualcosa di naturale che non faccia loro del male, che le faccia solo scappare, mamma? Per favore, non mettere più quella cosa cattiva, a me piacciono tanto. Lasciamo che vivano mamma”.

“Adesso basta Mariél ”, disse la mamma che, spazientita dalle molte domande e dai piagnistei, le ordinò di pensare a quello che era il suo compito,cioè togliere foglie ed erbacce.

Mariél si mise nuovamente al lavoro brontolando a bassa voce e senza darsi pace.

Lei raccoglieva le lumache , parlava con loro , le metteva in salvo e sua mamma per qualche foglia d’insalata le dava del veleno. Era così turbata che quella notte non dormi molto. Passò tutta la notte a pensare come poteva salvare le lumache dai metodi duri di sua mamma. La mattina seguente si alzò di buon mattino, fece colazione ed uscì di casa.

Quella mattina Mariél andò a trovare nonna Sofia; che però non era la sua vera nonna.

Le sue nonne vivevano lontano, dall’altro lato dell’oceano, Nonna Sofia era la persona più anziana del circondario e Mariél aveva pensato che con l’età che aveva sicuramente conosceva qualche segreto su come salvare le sua amate lumache senza far loro del male.

Dopo qualche isolato arrivò a in casetta bassa, con tanti fiori nel giardino e alle finestre, la nonna era seduta sulla sedia a dondolo nel cortile di casa, come se quasi stesse aspettando il suo arrivo.

“Ciao piccola Mariél, come mai da queste parti?” domandò la Nonna Sofia.

“Nonnina, ho bisogno di te! Ho un piccolo problema” le rispose, “Mamma ha messo il veleno alle lumache dell’orto ed io non voglio! Non voglio che muoiano! Io con loro ci parlo, sanno il mio nome, mi fanno compagnia mentre tolgo le erbacce e guardo le coccinelle saltare da una pianta all’altra. Tu che sei tanto grande e saggia sicuramente saprai come possiamo fare per allontanarle e lasciarle vivere.”

La Nonna, commossa da tanta dolcezza, la prese tra le braccia, la baciò sulla fronte e le raccontò che tanto tempo fa, quando era piccina come lei, la vita era molto più dura, che lei da piccola lavorava nei campi per guadagnare dei soldini da dare alla famiglia e che quando lei era piccola c’era poco da mangiare, erano molto poveri e proprio per questo si era molto più uniti” e mentre finiva la frase sospirò alzando gli occhi al cielo.

Poi riprese. “Allora piccola mia, vuoi sapere il metodo che usavo per allontanare le lumache senza far loro del male!? Semplice, la cenere del caminetto!”

“La cenere del camino? La semplice cenere grigia, Nonna Sofia?”

“Si si, hai visto quanto è facile? E poi la cenere è anche un buon concime per le piante, dillo a tua madre!”, concluse sorridendo.

“Nonna, hai un po’ di cenere da darmi?”

“Ma certo piccolina” e Nonna Sofia prese un secchio lo riempì di cenere; Mariél ringraziò, baciò forte la saggia nonnina  e si incamminò verso casa con il suo secchio di cenere, fiera e pronta a salvare le sue amiche.

Quando arrivò a casa corse subito verso l’orto dove c’era sua mamma che raccoglieva frutta e verdure di stagione gridando entusiasta “Mamma, mamma, guarda cosa mi ha dato Nonna Sofia!”, Mariél mostra orgogliosa il secchio pieno di cenere del caminetto e la madre con fare interrogativo chiese “Cos’è?”.

“Ma, mamma, non riconosci la cenere?” rispose soddisfatta Mariél .

“La cenere? E a cosa serve?”

“Per salvare le mie amiche Lumache. Me l’ha detto Nonna Sofia, è un metodo antico e non fa male, anzi, è anche un buon concime per le nostre piante . La nonna ha detto che quando lei era piccola era così che si faceva. Adesso mamma mi prometti che non userai più il veleno ma che userai la cenere per non far male a quegli indifesi animaletti? Che faremo vivere felici e serene le nostre lumache e aiuteremo a le nostre piante a crescere sane?”

La mamma con tutto l’amore che portava nel suo cuore prese la sua cucciola Mariél, la abbracciò forte e le sussurrò all’orecchio: “Sono fiera di te, ti sei data tanto da fare per trovare una soluzione che non facesse male a nessuno, ti sei impegnata e questo è importante.

Ti voglio tanto bene piccola mia, amica di tutti gli animaletti dell’orto.”

Y colorìn colorado el cuento se ha terminado……